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Le mie conversazioni con Leonard Bernstein
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La nuova edizione italiana delle conversazioni da me realizzate con Leonard Bernstein tra il 1985 e il 1990 poco prima della sua scomparsa, edite in Italia dalla Pantheon con il titolo UNA VITA PER LA MUSICA, mi ha fornito l’occasione per ricordare uno dei periodi più belli della mia vita, quando appena ventenne la musica occupava già gran parte del mio tempo, regalandomi la più straordinaria esperienza musicale che abbia mai vissuto. Nel rileggere integralmente la precedente edizione come non mi accadeva più da qualche anno, lo sguardo della memoria mi ha ricondotto agli anni in cui l’amore per la musica mi spingeva a recarmi alle cinque del mattino davanti all’ingresso del botteghino dell’Auditorium di Via della Conciliazione a Roma, per l’acquisto d’un biglietto, restando poi in fila per ore ed ore sotto il tiepido sole dell’imminente estate o al buio gelido dell’inverno romano. Del resto, a quel tempo, durante la guida d’un sovrintendente e direttore artistico di grande prestigio culturale e di rinomata capacità organizzativa come Francesco Siciliani (dopo di lui, il buio più tetro... ma questa è un’altra storia), l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e la città di Roma potevano permettersi il lusso di accogliere presso l’Auditorium di Via della Conciliazione, i più grandi protagonisti della musica. E, per un appassionato di musica sinfonica qual ero, era difficile perdersi i concerti diretti dai più grandi direttori d’orchestra. Nel 1985 avevo appena sedici anni, e già, insieme ad alcuni amici compagni d’università e di animate discussioni musicofile, mi divertivo a regolare, fin dalle prime ore del mattino e con semplici numeretti, le interminabili file che assediavano il botteghino dell’Auditorium a Roma, in occasione dei concerti più importanti.
Quell’anno, in cui già iniziavo a scrivere i miei primi articoli d’argomento musicale, nel cartellone dei concerti dell’Accademia era previsto un concerto davvero speciale, con un grande compositore e direttore d’orchestra straniero che tornava a Santa Cecilia per dirigere e presentare una sua nuova composizione. Il concerto sarebbe stato ripreso dalla televisione e, come sempre accade in simili occasioni, sarebbe stato difficile procurarsi i biglietti, data la presenza di autorità politiche, ambasciatori, esponenti del bel mondo culturale e dello spettacolo. Bisognava fare sul serio. Così, preparai una serie di numeri stampigliati su piccoli foglietti che distribuimmo, fin dalle cinque del mattino del primo giorno di apertura, alla gente che si accampava davanti al botteghino dell’Auditorium, in Via della Conciliazione. Ricordo ancora che quella mattina fui intervistato, come una sorta di responsabile di quell’organizzazione anonima ma benvoluta dalla stessa Accademia (il sistema dei numeri evitava possibili tafferugli ed incidenti di qualsiasi tipo), da un telegiornale nazionale: e fu la mia prima intervista televisiva! Tra un richiamo all’ordine, rivolto soprattutto a chi cercava di guadagnare qualche posto nella fila che divenne consistente già alle dieci del mattino, e la mia prima intervista televisiva rilasciata all’età di sedici anni, riuscii ad assicurare i biglietti a tutto il nostro gruppo di amici già alle cinque del pomeriggio, dieci minuti dopo l’apertura del botteghino. Era così giunto il momento più atteso: dopo essermi assicurato i biglietti, in un attimo mi precipitai all’ingresso artisti, dal lato opposto dell’Auditorium, perchè sapevo che di lì a poco sarebbe arrivato il “Maestro”, per le prime prove di lettura con l’orchestra: ed io, come già sperimentato con altri direttori d’orchestra, gli avrei chiesto il permesso per assistere, silenziosamente, alle prove. Era il traguardo più importante, per noi, senza considerare che per un sedicenne la possibilità di poter parlare direttamente con il “Maestro” prediletto, ammirato decine e decine di volte in televisione e di cui possedevo tutti i dischi, era emozionante. Attendevamo tutti fiduciosi: poi, ecco arrivare il “maestro”, giornalisti e fotografi in attesa che lo circondarono immediatamente, la scorta della polizia, ed io che riuscii a fermarlo proprio di fronte alla scalinata dell’entrata dell’Auditorium per gli artisti: “Maestro, possiamo assistere alle prove?”. Un attimo di silenzio, sorrisi, abbracci ed ecco che bruciando qualsiasi intervento negativo degli usceri e del servizio d’ordine interno all’Auditorium, il Maestro acconsentì alla nostra presenza. Trattenemmo la felicità per non dare troppo all’occhio, ed entrammo seguendolo. “Mi raccomando – ci disse prima di recarsi verso il suo camerino – sedetevi a metà sala ed applaudite, se vi piace, solo alla fine della prova”. Ci sistemammo a metà sala, come ci aveva raccomandato, e quasi increduli restammo in silenzio ad attendere l’inizio della prova. Trovammo l’Orchestra già disposta, che attendeva ordinata la sua entrata. All’Auditorium l’atmosfera era quella delle grandi occasioni. Ma non facemmo in tempo a renderci conto che avremmo assistito per la prima volta ad una sua prova, che fummo repentinamente costretti ad abbandonare la sala: due poliziotti in borghese, noncuranti dell’autorizzazione ricevuta direttamente dal Maestro, ci costrinsero ad uscire, sotto minaccia, giustificando motivi di sicurezza. Ma non mi diedi per vinto: avevo avuto l’autorizzazione personale del Maestro! Ma la polizia non ci credette. Così, ebbi l’idea di scrivere un biglietto direttamente al maestro, ci procurammo carta e penna, lo scrissi, e per una buona oretta restammo fuori l’Auditorium, davanti all’ingresso artisti, ad attendere che qualche orchestrale uscisse per fumarsi una sigaretta approfittando dell’intervallo. E fu così: diedi il biglietto al timpanista, pregandolo di consegnarlo unicamente al Maestro. Restammo qualche minuto in attesa, fino a quando, tra la gente che lo circondava e davanti ai nostri occhi increduli, il Maestro risalì la scalinata dell’ingresso, venendoci incontro sulla strada: “Chi di voi si chiama Enrico?”, chiese con la sua voce rauca e profonda. Mi feci subito avanti, quasi imbarazzato. Del resto, il biglietto l’avevo scritto e firmato personalmente: “Io, Maestro”. Abbracciandomi, mi disse: “Scusami, per quello che è successo: ora non succederà più. Ho parlato io con la polizia e puoi entrare, con tutti i tuoi amici”. Senza credere neanche alle nostre orecchie, seguimmo il Maestro e ci accomodammo di nuovo in sala. La prova stava per riprendere. Non potrò mai dimenticare quel momento: il Maestro si girò verso la platea, cercandoci con lo sguardo, e dopo essersi assicurato della nostra presenza, si voltò verso l’orchestra: “Abbiamo ancora qualche ora e vedo che tutto va bene – disse con voce robusta – Vedete quei ragazzi? Hanno perso la prima parte della prova, per un problema di sicurezza. Eseguiamo di nuovo, per loro, i primi tre pezzi”. E girandosi verso di noi, quasi urlando: “Ragazzi, eseguiamo per voi le prime tre canzoni dal ciclo Songfest di Leonard Bernstein. L’ho composto io”. Sì, quel “Maestro” sul podio era proprio lui, Leonard Bernstein. Così lo conobbi la prima volta.Quando a distanza di qualche anno ebbi occasione di ricordargli quanto mi accadde quel giorno all’Auditorium di Via della Conciliazione, Lenny Bernstein (così come lo chiamavano gli amici) restò quasi sconvolto dall’incredibile coincidenza. Si ricordava ancora e con esattezza i particolari di quel-l’episodio romano e scoppiammo a ridere quando gli feci rivedere il biglietto, tutt’oggi da me conservato, che gli scrissi in quell’occasione e che allora recuperai subito non appena mi venne incontro. Nessuno di noi, allora, né io né i miei amici avrebbero potuto immaginare che quattro anni dopo, nell’89, avrei realizzato proprio con Lenny Bernstein addirittura un volume di conversazioni: nato, anch’esso, da un’altra incredibile situazione di coincidenza. Nel giugno dell’ ‘89 il buon Francesco Siciliani aveva organizzato una lunga permanenza romana di Leonard Bernstein, impegnato in ben due programmi concertistici: una prima serie di tre concerti con una raffinatissima esecuzione delle più celebri pagine di Claude Debussy, registrata anche in disco proprio con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, e una seconda serie di concerti con una superba Sinfonia n. 4 di Cajkovskij, rimasta nella mia memoria come una delle più travolgenti esperienze musicali mai vissute. E nel periodo intermedio ai due programmi, Leonard Bernstein avrebbe tenuto per la prima volta in Italia un “seminario di direzione d’orchestra”. Pensai che quella poteva essere la migliore occasione perché lo stesso Bernstein potesse leggermi e così proposi all’Accademia di pubblicare nel programma di sala dei concerti dedicati alla musica di Debussy un mio profilo di Bernstein come musicista tout-court. Il profilo fu pubblicato e Bernstein, nell’intervallo del primo concerto, lo lesse, entusiasmandosi. Presente ovviamente al concerto (e questa volta senza aver dovuto organizzare nessuna fila!), fui subito rintracciato: il Maestro voleva conoscere l’autore di quel profilo, e mi fece subito chiamare, accogliendomi a braccia aperte, in lacrime, al termine del concerto. Si informò subito sulla mia attività, mi chiese cosa avrebbe potuto fare per me: avrei potuto chiedere qualsiasi cosa, chiesi solo di poter conversare con lui sulla sua “vita per la musica”. Nei giorni seguenti Bernstein si sarebbe trattenuto ancora a Roma, per via del «seminario di direzione d’orchestra» tenuto presso l’Auditorium di Via della Conciliazione e subito dopo per dirigere i concerti con in programma la Quarta di Cajkovskij, e fu così che in quel periodo realizzammo le nostre conversazioni, tra una lezione e l’altra, a volte in camerino, seduti accanto al pianoforte, a volte in sala, seduti sul palco dell’orchestra, tra un leggio e l’altro. Prim’ancora di rivelargli il mio proposito di scrivere un libro sulla sua musica, egli stesso, per primo, s’appassionò all’idea di raccogliere in volume le nostre conversazioni, perché no?, in occasione della tournée che avrebbe dovuto compiere negli Stati Uniti nel ‘91 proprio con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.E quel che di lui proprio in quei giorni mi sorprese in modo particolare, prim’ancora delle sue innate doti di compositore e di interprete — e quindi, in due parole, di «musicista autentico» —, fu la cortesia o, se si preferisce, l’umiltà dimostrata non solo nei confronti d’un «amante della musica» o dei propri strumentisti, bensì, inverosimilmente, verso chiunque lo avvicinasse o tentasse di parlare con lui anche per pochi attimi. Il «divo» Bernstein, per gli amici semplicemente Lenny, faceva di tutto per comportarsi come un «antidivo», meravigliando chiunque unicamente con la spontaneità di chi ha in cuore l’umile coscienza di se stesso, senza perder mai l’occasione di conversare per ore ed ore, a volte veramente senza alcun limite, di qualsiasi argomento, con interlocutori che non lo assillassero con «quelle solite banali domande che esigono risposte altrettanto banali». Eppure, soprattutto negli ultimi anni, Bernstein non voleva più essere intervistato e ultimamente aveva ridotto drasticamente ogni appuntamento con la stampa. Non sopportava più l’idea di dover parlare di sé e della propria arte secondo schemi prestabiliti che di volta in volta gli si presentavano sempre nello stesso modo, così come, in realtà, egli detestava tutto quel che ai suoi occhi d’«eterno fanciullo» poteva assumere sembianze in qualche modo formali, anche se, proprio lui, ha sempre lottato per dare una forma alla propria esistenza senza per altro riuscirvi. Nel dare alle stampe questa nuova edizione, ampliata grazie all’arricchimento iconografico e alla revisione delle trascrizioni, che ha permesso anche alcune piccole variazioni di carattere formale, non mi resta che esprimere la mia soddisfazione per l’entusiasmo con cui è stato ovunque accolto questo volume. Spesso, avendo avuto modo di conoscere Bernstein da vicino, mi è stato chiesto quale impressione ne avessi tratto nell’avvicinarlo di persona, non solo tra un concerto e l’altro, dopo una pausa o durante una prova, bensì soprattutto di fronte all’immancabile buon bicchiere di whisky, dopo l’esser stato sul podio Beethoven o Mahler o semplicemente Bernstein. Ebbene, credo che la mia impressione non sia affatto diversa da quella di tutti coloro che lo hanno conosciuto personalmente, certo non attraverso le pagine di quei giornali che lo hanno definito nei modi più svariati o lo schermo di quella televisione che pur ci ha mostrato e ci conserva la grandezza della sua arte musicale. Lenny era un artista umile, affabile, scherzoso, capace d’intristirsi senza rimedio anche per la più insignificante delle sventure umane, la cui esuberante vitalità era continuamente in lotta contro un’angoscia sconfortante, a tratti disperata. Di qui, ecco la sua musica, le sue sinfonie, i suoi balletti, le sue commedie musicali, pervase di un’esuberanza disarmante non priva di risvolti angoscianti, deprimenti, tragici. A tenerlo in vita e ad animare la sua «vita per la musica» c’era la speranza, la forma più alta, diceva Albert Camus, della rassegnazione. Per Bernstein la speranza era in realtà qualcosa di più: era la fiducia in un mondo che potesse finalmente conseguire la pace, era la certezza di poter riacquisire la fede in Dio, era la spinta a cercare sempre e comunque «un posto tranquillo» dove poter vivere in pace con la propria anima e con quella altrui, era la necessità di dover costruire un mondo migliore, era la certezza che la vita fosse l’affermazione dell’amore e non dell’odio. Ma soprattutto era la vita stessa, semplicemente una vita nobilitata attraverso l’arte: la musica. L’idea di questo volume, pubblicato nella versione italiana a pochi mesi dalla morte di Leonard Bernstein, stroncato, per una tragica ironia della sorte, proprio da quell’enfisema polmonare che si è trascinato dietro per tutta la vita e che lo ha ucciso appena una settimana dopo aver annunciato il proprio ritiro da ogni attività concertistica, è nata dunque nel 1989, a Roma, nei giorni in cui Bernstein diresse i suoi ultimi concerti italiani. Bernstein, del resto, amava dirigere spesso in Italia, «la nazione di Dante, Petrarca e Domenico Modugno». In Italia si esibì per la prima volta nel 1948, quando su segnalazione di Victor De Sabata diresse al Teatro Argentina di Roma l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, di cui, tra l’altro, nel 1983 divenne presidente onorario, per poi debuttare con l’Orchestra del Teatro alla Scala nel 1953, realizzando, primo direttore d’orchestra americano a dirigere nel teatro d’opera per eccellenza, la storica edizione della MEDEA di Luigi Cherubini con Maria Callas e la regia di Luchino Visconti.
Ecco, quindi, il volume di conversazioni che contiene la semplice quanto fedele trascrizione dei colloqui da me realizzati con Lenny Bernstein tra il 1985 e il 1990 (e particolarmente nel 1989) e che ha la pretesa d’esser solo un dovuto «omaggio» nei confronti di colui che resta, insieme a pochissimi altri compositori, uno dei più grandi musicisti del Novecento.
Enrico Castiglione
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