Festival di Pasqua 2011: ecco la programmazione della 14a edizione

Liszt_2Torna puntuale come ogni anno il Festival di Pasqua, la prestigiosa manifestazione di musica e arte sacra fondata nel 1998 dal regista e scenografo italiano Enrico Castiglione, che si svolge nelle più antiche e suggestive chiese e basiliche della Città di Roma. Quest'anno il Festival di Pasqua, promosso come sempre dall'Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico di Roma Capitale, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali/Direzione Generale per lo spettacolo dal vivo, dal Fondo per gli Edifici di Culto del Ministero dell'Interno, promosso da www.musicaliamagazine.it, da www.pandream.tv, in collaborazione con la Regione Lazio, l'Auditorium Conciliazione ed Acea, sarà dedicato al 150° Anniversario dell'Unità d'Italia e avrà inizio il 16 Aprile 2011 alle ore 20.30 con un grande concerto inaugurale presso la Sala Grande dell'Auditorium Conciliazione. Ogni anno il Festival di Pasqua offre un ricco cartellone di eventi, concerti e manifestazioni tutte ad ingresso gratuito (con ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili), sempre dedicate ai più illustri compositori della storia della Musica, valorizzando come nessun altro festival la Musica come forma di elevazione liturgica, dalla musica gregoriana e polifonica al periodo barocco. Musica divina eseguita nei luoghi del divino. Anche per il 2011 il Festival di Pasqua testimonia la volontà e la capacità di diffondere e promuovere il meglio della musica "sacra" di tutti i tempi, celebrando l'eccezionale patrimonio storico e musicale di oltre duemila anni di Cristianesimo, ma anche rendendo Roma capitale mondiale della Musica sacra, senz'altro "una straordinaria occasione di valorizzazione per Roma", secondo il presidente della Commissione Cultura del Comune di Roma, Federico Mollicone, "la manifestazione di musica sacra più importante del mondo", come affermato da Mario Cutrufo, vicesindaco di Roma e un'ulteriore conferma del "profondo legame che lega Enrico Castiglione alla Città di Roma", secondo il Sindaco di Roma Gianni Alemanno.

 

   

Mahler, "nostro fratello"

Gustav_Mahler Enrico CastiglioneQuello che è appena iniziato è un anno denso di ricorrenze ed anniversari per la Musica. Franz Liszt, Nino Rota, le opere del Risorgimento (e non a caso ho programmato Nabucco al Teatro Antico di Taormina per l’estate 2011), ma per aprire questo 2011 così effervescente e stimolante per tutti gli amanti della Musica vorrei iniziare con un omaggio al compositore che rappresenta più d’ogni altro il momento “sinfonico” indubbiamente più alto e nel contempo profondo del Novecento: Gustav Mahler. Se il cinema ha reso celebre il suo “Adagietto” – tratto dalla Sinfonia n. 5 e reso celebre dal film Morte a Venezia di Luchino Visconti –, la riscoperta di Gustav Mahler, morto a Vienna il 18 Maggio 1911 ed autore di ben nove sinfonie (sì, il fatidico numero “nove”!), lo si deve indubbiamente a Leonard Bernstein, il grande compositore e direttore d’orchestra americano che ha lasciato un’impronta indelebile nel modo di interpretare e di vivere la sua musica. Ho avuto una lunga serie di colloqui con Bernstein proprio su Gustav Mahler, poi raccolti nel nostro volume Una vita per la musica, ed ecco qui una parte di queste conversazioni.

ENRICO CASTIGLIONE — Il 27 giugno del 1950 lei scriveva a Victor De Sabata: «Non posso ringraziarla abbastanza per il suo intervento che mi ha reso possibile eseguire Mahler a Roma. Mi sembra che tutti siano rimasti soddisfatti e, per la prima volta, abbiano apprezzato questa musica». Cosa ricorda dei suoi primi concerti mahleriani?

LEONARD BERNSTEIN — Alcune di quelle esecuzioni sono state esperienze indimenticabili. Io parlavo per ore ed ore ad i miei orchestrali per spiegar loro una musica che non avevano mai suonato prima e di cui, soprattutto, non conoscevano quasi nulla sull’autore.

E.C. — Gustav Mahler era comunque già noto negli ambienti musicali, il suo nome era conosciuto…

L.B. — Sì, era conosciuto come direttore d’orchestra che aveva composto qualche sinfonia. Tutti lodavano e ricordavano solo il direttore d’orchestra, non conoscendo l’importanza profetica del compositore. Ricordo che litigavo con tante persone ed ho dovuto lottare con molte orchestre per imporre un po’ d’attenzione nei confronti di questo compositore! Oggi, ormai, compositori come Xenakis, John Cage o Luciano Berio sono in fondo accettati. I tempi sono cambiati. Eppure, non è stato affatto agevole far apprezzare il significato e la grandezza di sinfonie come la Seconda di Mahler… Quanto tempo!

E.C. — Gustav Mahler disse che un giorno sarebbe finalmente venuto il suo tempo e lo disse con quell’animo da profeta che del resto la sua musica conferma.

L.B. — Mahler è stato e resta per me «l’uomo del futuro»: tutto quel che è accaduto nel mondo, dopo la sua vita, egli l’aveva già profetizzato nella sua musica. Quando dirigevo le sue sinfonie negli anni ‘50, in un periodo in cui ancora si avvertiva il disagio esistenziale lasciato dalle distruzioni della seconda guerra mondiale, cercavo di spiegare la sua musica in relazione a quel che era accaduto nel mondo. Certo, non per darle a tutti i costi una giustificazione…

E.C. — La musica di Mahler non ha bisogno di alcuna giustificazione.

L.B. — Non ne ha bisogno perché è tutta unicamente sua. Nella sua musica abbiamo il risultato non di un unico uomo, bensì dei vari uomini che costituiscono Mahler: l’ebreo, il cristiano, il credente, lo scettico, il volgare, il raffinato, l’«homme du monde» di Vienna, l’affettuoso padre di famiglia. Tutto questo costituisce un’unica personalità, una personalità affascinante che era in preda a continue contraddizioni, tormenti ed estasi.

E.C. — Le contraddizioni di una società in disfacimento?

L.B. — Senza alcun dubbio, una società in decomposizione, che naturalmente gli ascoltatori d’inizio secolo, quando lo stesso Mahler proponeva nei suoi concerti le sue sinfonie, non riuscivano a capire, ad afferrare e a superare, perché non era ancora maturata la coscienza di ciò che Mahler stava intuendo. Di conseguenza, il mondo di Mahler era ritenuto nauseante, ipocrita, presuntuoso.

E.C. — Dalla sua musica sorge però un canto di speranza…

L.B. — Un canto di speranza che nasce dalla fede dell’uomo in Dio e che quindi gli dà la forza di sperare. Ma questo non sempre avviene. Egli ha fotografato in musica quel che vedeva intorno a sé, riuscendo ad intuirne anche le conseguenze. Chi avrebbe potuto capirlo? Il pubblico era refrattario ai suoi messaggi e d’altronde non ci si poteva aspettare che i primi ascoltatori di Mahler si rispecchiassero nella loro stessa immoralità. Per questo motivo — ovviamente era difficilissimo rendersene conto —, il pubblico considerava Mahler in modo non solo sbagliato, bensì addirittura falso: un buon direttore d’orchestra che ricomponeva, in modo superficiale rispetto ai grandi autori del passato, la grandezza della musica, per di più in modo grottesco, esasperante ed inopportuno.

E.C. — E venivano evidenziati, in senso negativo, la lunghezza, il rumore, l’enfasi, la presunta mancanza di veridicità storica di una musica che risultava all’orecchio dei benpensanti d’inizio secolo un universo farraginoso, un lamento ripetuto fino all’esasperazione, un continuo ripetersi di marce ossessive, proprio quelle marce militari che Mahler andava inserendo qua e là con impressionante segno premonitore.

L.B. — Ecco, le marce! Davano, a quel tempo, al tempo di Mahler, l’impressione di una musica che fosse una sorta di celebrazione dell’impero austro-germanico. Marce volgari, brutali, impietose… Qui sta la modernità di Mahler, nel suo esser profeta d’un mondo di terrore che stava per avvenire.

E.C. — Ben diverso ad esempio dal mondo di desolante, angosciosa e tetra riflessione del sinfonismo di Shostakovich, in cui le marce hanno un valore simbolico rispetto a ciò che è avvenuto o che avveniva durante la vita stessa del compositore russo…

L.B. — Sembrano due autori diversi, ma paradossalmente Mahler e Sostakovic sono compositori molto più vicini di quel che si può facilmente pensare. Sostakovic amava molto la musica di Mahler.

E.C. — Crede che la musica di Mahler sia oggi finalmente compresa?

L.B. — Certamente, perché solo ora, dopo due guerre mondiali, dopo le barbarie perpetrate dal nazismo e dal comunismo, dopo l’olocausto, la guerra del Vietnam e la strage dei giovani in Cina, ecco proprio dopo tutto questo noi siamo ora veramente in grado di ascoltare la musica di Mahler in modo più cosciente, di comprenderne il significato ed il valore profetico. L’uomo purtroppo ha messo tragicamente in pratica proprio il senso di distruzione che anima lo spirito della musica di Mahler.

E.C. — È d’accordo quando si dice che la musica di Mahler è cantabile, nel senso più intimo del termine «cantare»?

L.B. — Mahler è stato un uomo che ha «cantato» meravigliosamente con la sua musica, comunicando quel ch’egli ha avvertito in modo diretto e direi persino totale, perché nella sua musica, più di qualsiasi altra, c’è ogni elemento della nostra vita. È stato detto, scritto e rinfacciato a Mahler che la sua musica è limitata da aspetti banali, da un’ispirazione il più delle volte triviale, frivola, superficiale. E, come se non bastasse, Mahler è stato spesso accusato d’esser anche un autore monotono, avendo egli utilizzato le stesse formule melodiche dalla Prima alla Nona Sinfonia. Si dice che è un autore musicalmente debole, armonicamente instabile, ritmicamente sregolato. Tutto questo non è forse una trasfigurazione della nostra vita?

E.C. — Si può dunque definire Mahler un autore del nostro tempo?

L.B. — Il nostro tempo è il tempo di Mahler. Tutto quel che lui ha scritto riguarda da vicino la nostra vita e questo credo sia un grande merito per un compositore che ha vissuto la propria vita d’uomo e di artista diviso in due epoche, tra un’epoca che stava esalando l’ultimo respiro ed il vento travolgente del nuovo secolo.

E.C. — Lei ha scritto con «il piede sinistro nell’Ottocento e quello destro nel Novecento».

L.B. — Ne sono convinto. Credo che Mahler abbia cercato in ogni modo un punto d’appoggio nel Novecento e se c’è riuscito come artista, altrettanto forse non si può dire come uomo. Certo, come artista la sua musica s’illumina, acquista la giusta dimensione proprio alla luce del nostro tempo.

E.C. — In quest’ultima parte del secolo Mahler è divenuto un autore popolarissimo, la sua musica è ormai continuamente eseguita in tutto il mondo e il suo nome è sempre presente nelle migliori stagioni concertistiche di tutto il mondo. Tuttavia, con sempre maggiore insistenza, la musica di Mahler, proprio da un punto di vista interpretativo, è ritenuta «facile» da far eseguire, dato che Mahler aveva l’abitudine di scrivere molte indicazioni sia per gli esecutori che per il direttore d’orchestra: ma è proprio vero che Mahler è un compositore «facile» da eseguire?

L.B. — Una volta un giovane direttore d’orchestra, tra l’altro un mio assistente, mi disse che in fondo, a suo parere, dirigere Mahler è facile. «Certo — risposi io — è facile». In realtà, questo è vero solo se intendiamo questa facilità in relazione al fatto che Mahler ti lascia ben pochi dubbi rispetto a ciò che ha scritto. Vi sono compositori che non sanno esprimere con esattezza ciò che vogliono esprimere, magari perché il tema, meraviglioso, non è scritto con la necessaria chiarezza o è sostenuto da un ritmo sbagliato. Mahler non appartiene a questa schiera di compositori. Egli, al contrario, ha indicato sullo spartito tutto quel che qualsiasi direttore d’orchestra gli avrebbe chiesto se ne avesse avuto la possibilità.

E.C. — D’altronde, Mahler era molto apprezzato come direttore d’orchestra.

L.B. — Da buon compositore che sapeva dirigere, Mahler nutriva in sé l’esigenza di annotare, ai margini delle sue partiture o, semplicemente, tra le righe, tutto quel che poteva esser utile perché altri comprendessero veramente ciò che lui desiderava. E da buon direttore d’orchestra si prodigava molto perché la sua musica fosse eseguita in modo eccellente. «Aufmerkung fur den Dirigent»: queste parole ricorrono spesso nelle sue partiture. A volte queste indicazioni sono addirittura vere e proprie disquisizioni tecniche ed esecutive, tali da poter riempire le pagine di qualche saggio. In questo senso, Mahler è «facile». La sua musica è la più ricca di suggerimenti e di precise richieste che si possa immaginare, scritte in modo tale che nessun direttore possa eluderle.

E.C. — Se l’uomo Mahler è rimasto nell’Ottocento, il compositore ha dunque proiettato la sua arte nel ventesimo secolo?

L.B. — Certamente, perché la sua musica ci rivela un uomo che sogna continuamente un modo di purezza, rifugiandosi in un passato che non può più ritornare perché travolto dal mutare del tempo. E poi tutto quel che Mahler nelle sue sinfonie ha intuito e sperimentato da un punto di vista strettamente musicale oggi si può dire che sia stato per lo meno proseguito, se non addirittura realizzato. Egli ha forzato la melodia e il ritmo, accentuandone d’altro canto la forza, ha ampliato la tonalità sino ai limiti più estremi, senza per altro mai superarli, ha riammodernato l’orchestrazione grazie all’introduzione d’ogni genere di strumenti musicali (o, se vogliamo, non proprio strettamente musicali), ha costruito nuove forme strutturali e la sua scrittura è dal punto di vista della notazione molto ricca e complessa senza che per questo risulti mai incomprensibile. Per non dire delle pause e degli elementi di sorpresa: tutto questo non appartiene forse ad un astuto, diligente, geniale musicista?

E.C. — Mahler, come anche lei, è stato spesso accusato di «comporre come un direttore d’orchestra»: crede veramente che questa accusa sia una critica negativa?

L.B. — Non è affatto una critica negativa: io stesso sono contento quando mi si dice che le mie composizioni sono state scritte da un musicista che è anche un direttore d’orchestra. Il compositore ha il dovere, in nome dell’arte, di rendere il più chiaramente possibile ciò che scrive e quindi, se è il caso, di suggerire o, meglio, di indicare come eseguire un determinato passaggio, in modo che tra trent’anni un altro direttore possa dire: «Ecco, l’autore desiderava che fosse così».

E.C. — In modo assoluto?

L.B. — No, certamente, perché per quanto il compositore sia bravo esiste sempre un margine di libertà per il direttore, tanto da permettere ad ogni direttore di personalizzare la propria esecuzione e a chiunque di riconoscere, attraverso l’interpretazione, lo stesso direttore.

E.C. — Si può definire «normale» la musica di Mahler?

L.B. — Nelle sinfonie di Mahler ci sono momenti di estrema difficoltà, anche se in genere le indicazioni del compositore possono aiutare il direttore d’orchestra e i suoi orchestrali. Ma non sempre è così. Ad esempio, nella Quinta, nel celebre Adagietto, ci sono attimi in cui gli archi non si devono sentire ed il suono deve venir fuori come se si dovesse quasi spezzare gli strumenti. No, credo proprio che in questa musica non c’è niente di normale, almeno della normalità dei compositori del romanticismo. In Mahler bisogna sempre suonare con tutto l’arco, perché un fortissimo non è mai un semplice fortissimo. I diminuendo hanno poi una loro importanza particolare e in alcuni momenti sopravvengono improvvisamente.

E.C. — È la vorticità della vita che si ricrea in musica, le passioni che esplodono improvvisamente, secondo il procedere d’una vita nevrotica e sorprendente.

L.B. — Ogni eccesso di Mahler non è altro che il risultato di un’intensità nevrotica.

E.C. — Un’intensità che richiede al suo interprete di rivelarla con altrettanta intensità: è quel che la spinge a dirigere la musica di quest’autore con un’esuberante vitalità espres­siva?

L.B. — Non c’è modo di suonare tre battute della musica di Mahler senza dare qualcosa di tuo: ogni inflessione, ogni esplosione, ogni accellerazione è così intensa che la sua musica deve essere eseguita con la massima partecipazione. Non si tratta di una particolare idea interpretativa: si tratta di ciò che questa musica richiede nel modo più evidente e credo che chi la dirige in altro modo non riuscirà mai a far capire ciò che Mahler è veramente stato come uomo e ciò che soprattutto significa la sua musica.

Enrico Castiglione

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Dal volume Leonard Bernstein-Enrico Castiglione, UNA VITA PER LA MUSICA, Editoriale Pantheon, dodicesima edizione, per gentile concessione dell’Editore

   

Il BELLINI FESTIVAL a Puteaux in Francia

Monserrat Caballé Enrico CastiglioneVincenzo Bellini, emblema del teatro musicale italiano, torna a vivere a Puteaux, nei pressi di Parigi, in Francia, dove il 23 Settembre 1835 morì in circostanze ancora non del tutto chiare. Vi torna a vivere grazie alla sua musica e alla sua arte universale, idolatrato dall'amore che da sempre in Francia riscuote il nostro melodramma e soprattutto il cosiddetto "belcanto", di cui proprio Vincenzo Bellini è stato massimo artefice. Vincenzo Bellini torna a vivere a Puteaux grazie alla collaborazione che ho personalmente messo a punto tra il nostro BELLINI FESTIVAL nato a Catania nel 2009 e il Comune di Puteaux, il Theatre des Hauts-de-Seine, l'Associazione Musicarte, il Ministero della Cultura del Governo francese e la Commissione Cultura dell'Unione Europea, per dare vita a LES RENCONTRES MUSICALES DE PUTEAUX: un'attesissima serie di manifestazioni, concerti, master-classes che dal 13 al 18 Dicembre 2010 si svolgeranno in omaggio a Vincenzo Bellini proprio nella cittadina parigina di Puteaux. Un vero e proprio evento musicale per la Francia, che ha accolto la manifestazione come un'edizione tutta francese del nostro BELLINI FESTIVAL, che tanto successo ha riscosso lo scorso anno a Catania. Ma c'è di più. Non solo concerti, opere, mostre e dibattiti come nella formula italiana che ho avuto il privilegio di realizzare lo scorso anno a Catania: a Puteaux, infatti, il nostro omaggio a Vincenzo Bellini prevede dal 16 al 18 Dicembre 2010 la prima edizione del Concorso Internazionale di Belcanto Vincenzo Bellini, presieduto da Alain Lanceron, con in giuria il sottoscritto, June Anderson (superba protagonista della mia produzione della NORMA che ho messo in scena nel 2009 per l'inaugurazione del restaurato Teatro Romano di Catania), Gioachino Lanza Tomasi, Sergio Segalini, Daniele Borniquez, Vincenzo De Vivo e Alessio Vlad. Un Concorso internazionale alla cui prima edizione si sono iscritti giovani cantanti provenienti da ogni parte del mondo, a riprova della straordinaria importanza del Cigno di Catania nel mondo del melodramma e del 'belcanto', come del resto abbiamo dimostrato lo scorso anno proprio con la nascita del BELLINI FESTIVAL. Non posso nascondere e desidero anzi sottolineare come la collaborazione con il Comune di Puteaux sia stata eccezionale sotto ogni punto di vista, tanto più che il progetto di realizzare un grande omaggio ad un compositore come Vincenzo Bellini è stato accolto in Francia in maniera entusiastica e concreta, grazie all'immediato e concreto appoggio e sostegno del Governo francese e dell'Unione Europea e alla stretta collaborazione con Marco Guidarini, uno dei migliori direttori d'orchestra italiani della sua generazione, che ho avuto modo di far "debuttare" al Teatro Antico di Taormina nel 2007 come direttore d'orchestra della mia produzione della MEDEA di Luigi Cherubini. Una collaborazione che è nata subito dopo il successo riscosso nel 2009 dal nostro BELLINI FESTIVAL a Catania, che ora ha una doppia sede: la prima a Catania, dove Bellini è nato, la seconda a Puteaux, dove Bellini è morto. Una collaborazione di cui siamo orgogliosi e che rende merito e lustro alla Sicilia e alla Città di Catania. Ma il nostro grazie – quello di coloro che amano la musica e la difendono – va innanzitutto alla Francia e alle sue istituzioni, per aver dimostrato ancora una volta di essere una nazione capace di saper investire moltissimo nella cultura e nella musica anche e soprattutto in tempo di crisi e di apprezzare ed amare la nostra arte musicale non solo nel rendere omaggio ad un compositore come Vincenzo Bellini, ma anche e soprattutto nel riconoscere il ruolo e l'importanza del nostro BELLINI FESTIVAL per i meriti conseguiti e per la sua necessità sociale e culturale. Nel 2009 il BELLINI FESTIVAL è nato infatti a Catania per rendere omaggio a Vincenzo Bellini in occasione dell'inaugurazione del Teatro Romano di Catania appena restaurato, sulle sue rovine si erge ancora la casa dove Vincenzo Bellini nacque nel 1801 e dove proprio nel 2009 ho avuto il privilegio e l'onore di mettere in scena la mia prima produzione di NORMA. Una manifestazione, il BELLINI FESTIVAL, che nel 2009 ha riscosso a Catania un grande successo di pubblico e di stampa internazionale – promosso dalla Provincia di Catania, dal Comune di Catania e dalla Regione Siciliana/Assessorato Regionale ai Beni Culturali, in collaborazione con la RAI e la Pan Dream, con la collaborazione dell'Arcidiocesi, dell'Università degli Studi/Facoltà di Lettere e Filosofia, del Teatro Massimo Bellini, dell'Istituto Musicale "Vincenzo Bellini", del Museo Diocesano, dell'Accademia di Belle Arti, del Teatro Stabile, della Società Catanese Amici della Musica, con il contributo della Fondazione Banco di Sicilia e della Camera di Commercio della Città di Catania –, e che ora, nel 2010, celebra Vincenzo Bellini a Puteaux, in Francia. Nella foto Enrico Castiglione e Montserrat Caballé davanti alla tomba di Vincenzo Bellini, accompagnati da Sonia Cammarata e Montserrat Martì, 23 Settembre 2009, Duomo, Catania.
   

NABUCCO al Teatro Antico di Taormina

nabucco Sonia CammarataSarà il NABUCCO di Giuseppe Verdi con la regia e le scene di Enrico Castiglione ad inaugurare la prossima stagione estiva di Taormina Arte nello splendido scenario del Teatro Antico di Taormina. Dopo il successo dei precedenti allestimenti, sempre accolti con grande entusiasmo dal "tutto esaurito" con un pubblico di cinquemila spettatori a rappresentazione, nonché trasmessi dalle principali reti televisive internazionali con milioni di telespettatori, Enrico Castiglione torna al melodramma di Verdi con il nuovo allestimento di NABUCCO ma anche con la ripresa della celebrata produzione di AIDA del 2009. La prossima estate, infatti, il teatro musicale di Verdi sarà protagonista al Teatro Antico di Taormina con ben due titoli: la nuova messa in scena di NABUCCO e la ripresa dell'AIDA. Il NABUCCO si avvarrà dei nuovi costumi di Sonia Cammarata e di un cast vocale di primissimo ordine, così come per l'AIDA che tanto successo ha riscosso nel 2009 conquistando la ribalta televisiva internazionale grazie ai canali europei di SKY e alla UNITEL. I biglietti sono già in vendita e grazie a Taormina Arte è possibile acquistarli a prezzo speciale fino al 31 Dicembre 2010. Info www.taormina-arte.com.
   

Le mie conversazioni con Leonard Bernstein

ECEnrico Castiglione 3La nuova edizione italiana delle conversazioni da me realizzate con Leonard Bernstein tra il 1985 e il 1990 poco prima della sua scomparsa, edite in Italia dalla Pantheon con il titolo UNA VITA PER LA MUSICA, mi ha fornito l’occasione per ricordare uno dei periodi più belli della mia vita, quando appena ventenne la musica occupava già gran parte del mio tempo, regalandomi la più straordinaria esperienza musicale che abbia mai vissuto. Nel rileggere integralmente la precedente edizione come non mi accadeva più da qualche anno, lo sguardo della memoria mi ha ricondotto agli anni in cui l’amore per la musica mi spingeva a recarmi alle cinque del mattino davanti all’ingresso del botteghino dell’Auditorium di Via della Conciliazione a Roma, per l’acquisto d’un biglietto, restando poi in fila per ore ed ore sotto il tiepido sole dell’imminente estate o al buio gelido dell’inverno romano. Del resto, a quel tempo, durante la guida d’un sovrintendente e direttore artistico di grande prestigio culturale e di rinomata capacità organizzativa come Francesco Siciliani (dopo di lui, il buio più tetro... ma questa è un’altra storia), l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e la città di Roma potevano permettersi il lusso di accogliere presso l’Auditorium di Via della Conciliazione, i più grandi protagonisti della musica. E, per un appassionato di musica sinfonica qual ero, era difficile perdersi i concerti diretti dai più grandi direttori d’orchestra. Nel 1985 avevo appena sedici anni, e già, insieme ad alcuni amici compagni d’università e di animate discussioni musicofile, mi divertivo a regolare, fin dalle prime ore del mattino e con semplici numeretti, le interminabili file che assediavano il botteghino dell’Auditorium a Roma, in occasione dei concerti più importanti.

   

Ecco il Festival di Pasqua 2010

ECCari Amici, quest'anno il Festival di Pasqua, che ho fondato a Roma nel 1998, giunge alla sua tredicesima edizione. Nell'anno del quattrocentesimo anniversario della nascita del Caravaggio, di cui la Città di Roma offre in questo momento una grandiosa esposizione, ho voluto dedicare idealmente il Festival di Pasqua ad uno dei più grandi pittori della storia dell'Arte e per questo ho scelto di valorizzare lo straordinario patrimonio musicale del Seicento, con esecuzione di musiche rarissime eseguite da interpreti di grande qualità e prestigio. Ma questo è anche l'anno di importanti anniversari, che in tanti dimostrano di aver dimenticato: il 350° anniversario della nascita di Alessandro Scarlatti, il 300° anniversario della nascita di Giovanni Battista Pergolesi, il 250° anniversario della nascita di Luigi Cherubini...  che il Festival di Pasqua si propone di valorizzare attraverso l'esecuzione di alcuni capolavori nelle chiese e nelle basiliche più antiche e suggestive della Città di Roma. Un'annata incredibile!

Vi invito a partecipare ad una tredicesima edizione suggestiva e preziosa. 

Enrico Castiglione

www.festivaldipasqua.org